PINO PINELLI :
UN FERROVIERE, UN COMPAGNO
UN FERROVIERE, UN COMPAGNO
di Giustiniano Rossi
Son passati ormai quasi quarant’anni da quella terribile notte, fra il 15 e il 16 dicembre 1969, quando Pino Pinelli volo’ giù dal 4° piano della Questura di Via Fatebenefratelli, a Milano, per morire due ore dopo in ospedale, ma la mia emozione, come quella, ne sono sicuro, di tanti altri, è sempre la stessa.
Dieci anni dopo, verso la fine degli anni 70, lavoravo a Firenze, al Servizio Materiale e Trazione delle Ferrovie dello Stato, in Viale Spartaco Lavagnini : Spartaco, ferroviere anche lui, l’avevano ammazzato più di cinquant’anni prima i fascisti della tristemente famosa squadraccia « La Disperata » guidata da quell’Amerigo Dumini che Mussolini incarico’, qualche anno dopo, di assassinare Matteotti.
Avevamo bisogno di un archivista e ci fu inviato un ex manovratore, Corrado, col quale strinsi una cordiale amicizia malgrado la mia collocazione politica nella sinistra « extraparlamentare » - i cui membri Giorgio Amendola aveva definito « fascistelli rossi » - mentre lui militava nel PCI ed era sindaco del piccolo comune di Pelago, in provincia di Firenze.
Mi racconto’ che la sua prima sede di lavoro, dopo che aveva vinto il concorso alle ferrovie, era stata la stazione di Milano Porta Garibaldi, dove era addetto alla manovra : la lanterna che gli fu affidata per svolgere le sue mansioni era appartenuta, gli fu detto dai colleghi ferrovieri milanesi, a Giuseppe Pinelli, « Pino » per gli amici.
Si trattava proprio di quel Giuseppe Pinelli che a tutt’oggi risulta, a tanti che come me hanno vissuto quegli indimenticabili, terribili giorni, essere stato il solo condannato – a morte – per la strage di Piazza Fontana.
La strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, era stata l’occasione per i suoi ispiratori, lo Stato – puramente e semplicemente – secondo gli autori del libro-inchiesta dal titolo « La Strage di Stato » uscito quasi subito ed immediatamente andato a ruba, « pezzi deviati dello Stato » secondo altri, più « moderati « e tuttora maggioritari, per scatenare la caccia alle streghe, leggi ai compagni, quelli senza « chiesa », magari « rossa », naturalmente.
Io stesso avevo ricevuto a casa mia, a Firenze, la visita di due poliziotti che sembravano usciti da una parodia di film « noir » : uno era piccoletto, con due baffetti e una faccia da faina, l’altro grande e grosso, con due enormi piedoni – i cosiddetti piedipiatti, forse – di cui ricordo ancora nome e grado : maresciallo Maraviglia.
Mi avevano chiesto che ci facevo, nei giorni precedenti, alla stazione ferroviaria ed alla mensa universitaria, dove ero stato visto in compagnia di Attilio Faillace, il compagno grazie al quale, quasi due anni prima, nell’aula di Mineralogia della facoltà di Scienze dell’Università di Firenze occupata avevo scoperto quanta importanza avesse per il giovane che ero allora l’impegno politico.
Avevo risposto che stavo traducendo per lui alcuni testi necessari alla sua tesi di laurea in Biologia, che in effetti consegui’ in seguito – la verità é sempre facile da raccontare – pensando nel frattempo che, evidentemente, ero stato pedinato dalla polizia chissà da quanti giorni.
Seppi poi che altri poliziotti erano andati alla scuola dove insegnava mia moglie, oggi ex, chiedendo anche a lei un resoconto dettagliato delle ore che Attilio aveva passato con noi : il confronto fra le due deposizioni, rese separatamente ed all’insaputa l’uno dell’altra, resero possibile la rimessa in libertà di Attilio, che quella volta se la cavo’ con una mezza giornata di fermo di polizia.
Altri non ebbero la stessa fortuna : qualche giorno dopo Pino Pinelli ci rimise la pelle a 41 anni, lasciando la moglie Licia e due bambine di 5 e 7 anni e Pietro Valpreda, anche lui anarchico ed anche lui accusato, contro ogni evidenza, di aver a che fare con la strage, fu sottoposto ad un feroce linciaggio morale e fisico e passo’ vari anni in galera prima di essere completamente scagionato.
La Questura di Milano aveva arrestato Pino arbitrariamente, lo tratteneva oltre i limiti previsti allora per il fermo di polizia, non aveva redatto alcun verbale dei suoi interrogatori, svolgeva l’’inchiesta senza che gli avvocati della difesa avessero la possibilità di parteciparvi, mentre magistrati e polizia avevano ripetutamente violato il segreto istruttorio diffondendo accuse diffamatorie nei suoi confronti.
Un solo esempio : il questore di Milano, Marcello Guida, che tanti antifascisti – fra cui Sandro Pertini, diventato in seguito Presidente della Repubblica - avevano conosciuto negli anni 40 all’isola di Ventotene, dove era direttore del confino durante il regime fascista, dichiarava in una conferenza stampa convocata meno di un’ora dopo la morte di Pino che gli alibi di Pinelli erano tutti caduti ed era fortemente indiziato.
Dichiarava ancora il questore ::
é stato invece nel corso degli interrogatori che abbiamo avuto con lui che sono nati i primi dubbi. Dubbi che si sono tramutati in forti sospetti e in precisi indizi soprattutto quando l'alibi fornito dal Pinelli circa le ore del tragico pomeriggio é crollato immediatamente. Il Pinelli aveva dichiarato di aver lavorato fino alle sei del mattino, dopo di che, rincasato nella sua abitazione, aveva dormito fino a oltre mezzogiorno. Alzatosi, aveva pranzato e alle 14.30 era uscito raggiungendo un bar vicino a casa dove, a suo dire, si era fermato fino alle 17.30". "Un immediato controllo aveva permesso invece di accertare che il Pinelli si era soffermato per un tempo brevissimo nel pubblico esercizio. La dichiarazione fattaci dal barista del locale è stata questa: "si è fermato soltanto un minuto. Il tempo di bere un caffè. E se n'é andato". "L'alibi del Pinelli - ha continuato il questore - non è comunque crollato soltanto per la dichiarazione contrastante del barista, ma anche per altri motivi riguardanti terze persone. A proposito di queste non posso aggiungere altro, in quanto l'inchiesta é entrata ormai in una fase delicatissima.
Il caffé di cui parlava il Guida era il caffé Fabiani, zona San Siro, quella dove abitava Pinelli con la sua famigliola.
Mario Magni, detto Marietto, chiamato in causa da Pino, confermo’ di aver giocato a carte con lui dalle 15 alle 17.30 di venerdi’ 12 dicembre, cioé mentre veniva compiuta la strage di Piazza Fontana :
"Sono sicuro di quello che dico", dichiara Magni ai cronisti, "perchè da quando sono in pensione mi segno tutto e la mia giornata è calibrata come un orologio. Sulla mia agenda è scritto che quel pomeriggio ho giocato a carte col ferroviere e gli ho vinto anche dei soldi". Questa testimonianza é avallata da altri cinque clienti del bar, tra i quali due agenti di Pubblica Sicurezza.
Non cito questa testimonianza per rubare il mestiere ai poliziotti – io mi occupo, con scarso successo economico o di carriera, di politica – ma solo per dimostrare, se ve ne fosse bisogno, quale fosse l’etica professionale e la dimensione umana di questi poliziotti (nella stanza dove Pinelli veniva « interrogato » ce n’erano almeno quattro).
Le stesse – etica professionale e dimensione umana - che, quasi quarant’anni dopo, possono verificare quanti seguono il processo per i fatti di Genova del 2001, un processo nel quale le « forze dell’ordine » sono accusate di pestaggi, torture, fabbricazione di prove false.
Per la morte di Carlo Giuliani, come per quella di Pino Pinelli, non vi é nessun colpevole.
Ancora oggi, 12 dicembre 2007, nessun responsabile é stato condannato per la strage di Piazza Fontana : non lo sono stati i suoi esecutori, non lo sono stati i suoi ispiratori, non lo sono stati coloro che, protetti da una divisa o dietro la scrivania di un giornale se ne sono cinicamente serviti per linciare materialmente e moralmente tanti cittadini innocenti
Ancora oggi, 12 dicembre 2007, nessun responsabile é stato condannato per i fatti del luglio 2001 a Genova – parlo delle forze dell’ordine, naturalmente – e, sebbene l’Italia non sia più governata da Berlusconi, Fini e dalla loro corte dei miracoli, non é stato neppure possibile insediare la commissione d’inchiesta su quei fatti prevista nel programma del governo Prodi siglato da tutte le componenti dell’Unione.
Chissà quanti Pino Pinelli e quanti Carlo Giuliani dovranno ancora morire prima che i cittadini di un paese civile conquistino – oltre che in teoria, anche in pratica - la libertà di esprimere il proprio pensiero e di sostenerlo pubblicamente, anche quando tale pensiero critica il potere costitutito, senza rischiare la vita nelle strade e nelle piazze dove lo manifestano alla luce del sole o, peggio, nel buoio delle questure, delle caserme o delle prigioni !
Parigi, 11 dicembre 2007
* Riceviamo e volentieri pubblichiamo
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